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Omero

Odissea iNTELLiBOOK
Traduzione di Vincenzo Monti

Libro Ottavo [by reading-path Laodamante]

Ma tosto che rosata ambo le palme,
Comparve in ciel l'aggiornatrice Aurora,
Surse di letto la sacrata possa
Del magnanimo Alcinoo, e il divin surse
Rovesciator delle cittadi Ulisse.
La possanza d'Alcinoo al parlamento,
Che i Feaci tenean presso le navi,
Prima d'ogni altro mosse. A mano a mano
Venìano i Feacesi, e su polite
Pietre sedeansi. L'occhiglauca diva,
Cui d'Ulisse il ritorno in mente stava,
Tolte del regio banditor le forme,
Qua e là s'avvolgea per la cittade,
E appressava ciascuno, e: «Su», dicea,
«Su, prenci e condottieri, al foro, al foro,
Se udir vi cal dello stranier che giunse
Ad Alcinoo testé per molto mare,
E assai più, che dell'uom, del nume ha in viso».
Disse, e tutti eccitò. Della raccolta
Gente fûro in brev'ora i seggi pieni.
Ciascun guardava con le ciglìa in arco
Di Laerte il figliuol: ché a lui Minerva
Sovra il capo diffuse e su le spalle
Divina grazia, ed in grandezza e in fiore
Crebbelo, e in gagliardìa, perch'ei ne' petti
Destar potesse riverenza e affetto,
E de' nobili giuochi, ove chiamato
Fosse a dar di sé prova, uscir con vanto.
Concorsi tutti, e in una massa uniti,
Tra loro arringò Alcinoo in questa guisa:
«O condottieri de' Feaci, e prenci,
Ciò che il cor dirvi mi comanda, udite.
Questo a me ignoto forestier, che venne
Ramingo, e ignoro ancor se donde il Sole
Nasce, o donde tramonta, ai tetti miei
Scorta dimanda pel viaggio, e prega
Gli sia ratto concessa. Or noi l'usanza
Non seguirem con lui? Uomo, il sapete,
Ai tetti miei non capitò, che mesto
Languir dovesse sovra queste piagge,
Per difetto di scorta, i giorni e i mesi.
Traggasi adunque nel profondo mare
Legno dall'onde non battuto ancora,
E s'eleggan cinquanta e due garzoni
Tra il popol tutto, gli ottimi. Costoro,
Varato il legno, e avvinti ai banchi i remi,
Subite e laute ad apprestar m'andranno
Mense, che a tutti oggi imbandite io voglio.
Ma quei che di bastone ornan la mano,
L'ospite nuovo ad onorar con meco
Vengano ad una; e il banditor mi chiami
L'immortale Demodoco, a cui Giove
Spira sempre de' canti il più soave,
Dovunque l'estro, che l'infiamma, il porti».
Detto, si mise in via. Tutti i scettrati
Seguìanlo ad una, e all'immortal cantore
L'araldo indirizzavasi. I cinquanta
Garzoni e due, come il re imposto avea,
Fûro del mar non seminato al lido;
La nave negra nel profondo mare
Trassero, alzâro l'albero e la vela.
I lunghi remi assicurâr con forti
Lacci di pelle, a maraviglia il tutto,
E, le candide vele al vento aperte,
Arrestaro nell'alta onda la nave:
Poscia d'Alcinoo ritrovar l'albergo.
Già i portici s'empiean, s'empieano i chiostri,
Non che ogni stanza, della varia gente,
Che s'accogliea, bionde e canute teste,
Una turba infinita. Il re quel giorno
Diede al sacro coltel dodici agnelle,
Otto corpi di verri ai bianchi denti,
E due di tori dalle torte corna.
Gli scoiâr, gli acconciâr, ne apparecchiaro
Convito invidïabile. L'araldo
Ritorno feo, per man guidando il vate,
Cui la Musa portava immenso amore,
Benché il ben gli temprasse e il male insieme.
Degli occhi il vedovò, ma del più dolce
Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo
Sedia d'argento borchiettata a lui
Pose, e l'affisse ad una gran colonna:
Poi la cetra vocale a un aureo chiodo
Gli appese sovra il capo, ed insegnògli,
Come a staccar con mano indi l'avesse.
Ciò fatto, un desco gli distese avanti
Con panier sopra, e una capace tazza,
Ond'ei, qual volta nel pungea desìo,
Del vermiglio licor scaldasse il petto.
Come la fame rintuzzata, e spenta
Fu la sete in ciascun, l'egregio vate,
Che già tutta sentìasi in cor la Musa,
De' forti il pregio a risonar si volse,
Sciogliendo un canto, di cui sino al cielo
Salse in que' dì la fama. Era l'antica
Tenzon d'Ulisse e del Pelìade Achille,
Quando di acerbi detti ad un solenne
Convito sacro si ferîro entrambi.
Il re de' prodi Agamennòn gioìa
Tacitamente in sé, visti a contesa
Venire i primi degli Achei: ché questo
Della caduta d'Ilio era il segnale.
Tanto da Febo nella sacra Pito,
Varcato appena della soglia il marmo,
Predirsi allora udì, che di que' mali,
Che sovra i Teucri, per voler di Giove,
Rovesciarsi doveano, e su gli Achivi,
Si cominciava a dispiegar la tela.
A tai memorie il Laerziade, preso
L'ampio ad ambe le man purpureo manto,
Sel trasse in testa, e il nobil volto ascose,
Vergognando che lagrime i Feaci
Vedesserlo stillar sotto le ciglia.
Tacque il cantor divino; ed ei, rasciutte
Le guancie in fretta, dalla testa il manto
Si tolse, e, dato a una ritonda coppa
Di piglio, libò ai numi. I Feacesi
Cui gioia erano i carmi, a ripigliarli
Il poeta eccitavano, che aprìa
Novamente le labbra; e novamente
Coprirsi il volto e lagrimare Ulisse.
Così, gocciando lagrime, da tutti
Celossi. Alcinoo sol di lui s'avvide,
E l'adocchiò, sedendogli da presso,
Oltre che forte sospirare udillo;
E più non aspettando: «Udite», disse,
«Della Feacia condottieri e prenci.
Già del comun convito, e dell'amica
De' conviti solenni arguta cetra
Godemmo. Usciamo, e ne' diversi giuochi
Proviamci, perché l'ospite, com'aggia
Rimesso il piè nelle paterne case,
Narri agli amici, che l'udranno attenti,
Quanto al cesto e alla lotta, e al salto e al corso,
Cede a noi, vaglia il vero, ogni altra gente».
Disse, ed entrò in cammino; e i prenci insieme
Seguìanlo. Ma l'araldo, alla caviglia
Rïappiccata la sonante cetra,
Prese il cantor per mano, e fuor del tetto
Menollo: indi guidavalo per quella
Strada, in cui posto erasi Alcinoo e i capi.
Movean questi veloce al Foro il piede,
E gente innumerabile ad un corpo
Lor tenea dietro. Ed ecco sorger molta,
Per cimentarsi, gioventù forzuta.
Sorse Acroneo ed Ocìalo. Eleatrèo sorse,
E Nauteo e Prìmneo e Anchìalo: levossi
Eretméo ancor, Pontèo, Proto, Toòne,
Non che Anabesinèo, non che Anfiàlo,
Di Polinèo Tectonide la prole,
E non ch'Eurìalo all'omicida Marte
Somigliante, e Naubòlide, che tutti,
Ma dopo il senza neo Laodamante,
Vincea di corpo e di beltà. Né assisi
I tre restâr figli d'Alcinoo: desso
Laodamante, Alio...

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